# Bonus per lavoratori dipendenti e tasche vuote

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- Published: 2024-06-30T11:30:01+02:00
- Author: Tommaso Pietrangelo

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Per l’[Ufficio parlamentare di bilancio](https://www.upbilancio.it/) gli ultimi 
tre anni di inflazione imperante hanno ridotto (fin quasi ad annullare) tutti i 
bonus e i vantaggi fiscali introdotti negli ultimi 10 anni. Non è servito il [bonus 80 euro](https://bonusepagamenti.it/bonus-80-euro-meloni/)**
di Renzi**, così come in tempi più recenti si è rivelata un vero boomerang, per 
chi ha redditi bassi, la riduzione delle aliquote dell’imposta sulle persone fisiche
voluta da Meloni. Insomma, il sistema fiscale italiano è meno giusto e più farraginoso,
e i decantati **bonus si sono trasformati in “malus”** che ora sarà durissima estirpare.
Il tutto, ovviamente, sulle spalle dei più poveri. Vediamo di seguito i particolari.

Sommario

[Toggle](https://bonusepagamenti.it/bonus-lavoratori-dipendenti-tasche-vuote/#)

 * [Bonus lavoratori, salta il banco](https://bonusepagamenti.it/bonus-lavoratori-dipendenti-tasche-vuote/#Bonus_lavoratori_salta_il_banco)
 * [Il “fiscal drag” annulla i bonus](https://bonusepagamenti.it/bonus-lavoratori-dipendenti-tasche-vuote/#Il_%E2%80%9Cfiscal_drag%E2%80%9D_annulla_i_bonus)
 * [Il rischio per chi ha redditi medi](https://bonusepagamenti.it/bonus-lavoratori-dipendenti-tasche-vuote/#Il_rischio_per_chi_ha_redditi_medi)
 * [Perché i bonus non funzionano più](https://bonusepagamenti.it/bonus-lavoratori-dipendenti-tasche-vuote/#Perche_i_bonus_non_funzionano_piu)

## Bonus lavoratori, salta il banco

**Partiamo dall’**[inflazione](https://bonusepagamenti.it/inflazione-istat-gennaio-2024/),**
per capire il rebus dei bonus**. I prezzi salgono, gli stipendi degli italiani non
salgono altrettanto. Questo meccanismo che è diventato la norma, negli ultimi anni,
riduce il potere di acquisto di chi ha un reddito fisso, come i [lavoratori dipendenti](https://bonusepagamenti.it/bonus-dipendenti-pubblici/).
Ma gli effetti dell’inflazione non si fermano qui. Come mostra infatti l’ultimo 
rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio, il meccanismo inflativo ha un’ulteriore
conseguenza sui redditi: **cancella completamente i vantaggi fiscali** che erano
stati assicurati ai lavoratori dipendenti.

Parliamo in sostanza di tutti i bonus fiscali messi in campo dai governi del nostro
Paese negli ultimi 10 anni. In primis, il **bonus da 80 euro** introdotto dal governo
di Matteo Renzi, nell’anno 2014, che poi è stato riformato nel 2020 e nel 2021. 
Ma c’è anche in tempi più recenti l’intervento di riduzione delle aliquote dell’imposta
sulle persone fisiche (IRPEF), voluto fortemente, da quest’anno, dal governo Meloni.
Quest’ultimo provvedimento-bonus non ha fatto che impoverire i già poveri, per dirla
in soldoni, con una **riduzione **attestata** di 2 punti percentuali per i redditi
più bassi**.

Dopo 10 anni in cui i vari governi italiani hanno cambiato (e ri-cambiato) il sistema
fiscale – con bonus e sconti costosissimi per lo Stato -, i lavoratori dipendenti
ora si trovano a pagare ancora **più tasse che nel 2014**. Il reddito disponibile
crolla. Quindi i bonus fiscali non funzionano, o almeno non quanto si sperava. E
scendendo in maggiori tecnicismi, il meccanismo che rende i bonus inefficaci è un
fenomeno che in economia si chiama **“fiscal drag”** (ovvero drenaggio fiscale).
Vediamo adesso di cosa si tratta.

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## Il “fiscal drag” annulla i bonus

**Il “fiscal drag” è un effetto dell’inflazione** (negativo) **sui redditi** e ha
luogo nei sistemi fiscali cosiddetti “progressivi”, cioè quelli in cui chi ha redditi
più alti paga più tasse. Il sistema fiscale italiano a scaglioni dell’IRPEF, dunque,
rientra in questa categoria, motivo per cui all’aumentare del reddito di una persona
aumenta anche l’aliquota, vale a dire la percentuale applicata per calcolare le 
imposte da pagare. Parliamo in pratica di un’aliquota del 23% per i primi 28mila
euro di reddito, del 35% quando si sale tra i 28 e i 50mila euro, poi del 43% oltre
i 50mila euro.

Leggi anche  Bonus da 400 euro per i caregiver, come funziona e tutti i requisiti
previsti

In realtà il “fiscal drag” avrebbe anche senso, in uno scenario ideale. Perché punta
sul graduale **aumento degli stipendi in risposta all’inflazione**, cioè all’aumento
del costo della vita. Quando quest’ultimo cresce, in teoria, dovrebbero crescere
anche gli stipendi dei lavoratori, o quantomeno esistono più incentivi a chiedere
un aumento di stipendio per recuperare il potere d’acquisto perso. Inoltre i rinnovi
contrattuali, negoziati periodicamente tra le aziende e i vari sindacati, prevedono
con l’inflazione aumenti più sostanziosi. Ma la realtà dei fatti è un’altra. L’aumento
degli stipendi non riesce a tenere il passo con il meccanismo inflativo. Da qui,
un **circolo vizioso** difficile da arrestare.

Con l’inflazione **cresce la base imponibile** su cui si calcolano le tasse, come
dimostra anche il gettito fiscale raccolto dallo Stato, che negli anni caratterizzati
da alta inflazione è salito a causa dell’aumento dei prezzi, mediante l’IVA, e in
parte dei redditi, tramite l’IRPEF. A questo si aggiunge il “malus” dei bonus, per
così dire. Infatti l’Ufficio parlamentare di bilancio ha calcolato che con tutte
le misure bonus degli ultimi 10 anni, i lavoratori dipendenti hanno sì avuto complessivamente
un **vantaggio fiscale del 3 per cento**. Ma tale vantaggio è stato **completamente
annullato dal “fiscal drag”**. Rieccoci dunque al punto di partenza. Questo fantomatico“
fiscal drag” ha finito per **ridurre i redditi disponibili del 3,6 %**. Esempio 
cristallino: oggi rispetto al 2014, un lavoratore dipendente con 20mila euro di 
reddito paga 319 euro in più di IRPEF all’anno, mentre chi ha 100mila euro di reddito
paga 1.020 euro in più ogni anno.

## Il rischio per chi ha redditi medi

Esiste anche un altro problema. **Chi ha redditi negli scaglioni medi**, cioè intorno
ai 35mila euro, oggi **rischia di perdere il bonus** sui contributi, introdotto 
dal governo Draghi e poi e ampliato dal governo Meloni. Parliamo della misura nota
come **“taglio del cuneo fiscale”** (dove il cuneo fiscale è in sostanza la differenza
tra quanto le imprese spendono per un dipendente e quanto effettivamente viene pagato
come stipendio). Il taglio del cuneo ha effetti evidenti sulle buste paga dei lavoratori
dipendenti, il cui stipendio netto è infatti aumentato di conseguenza. Ma il problema
è che **si sono ridotti i contributi pagati** da questi stessi lavoratori agli istituti
di previdenza e assistenza, l’[INPS](https://www.inps.it/) e l’[INAIL](https://www.inail.it/portale/),
la cui differenza è coperta dallo Stato.

Leggi anche  Bonus da 800 euro per i dipendenti statali: cos'è, chi ne ha diritto
e come appare nel cedolino NoiPA

Quindi, chi ha guadagnato **anche solo 1 euro in più** rispetto al proprio scaglione
di riferimento, ora vede ridursi il bonus (se supera i 25mila euro) oppure deve 
addirittura rinunciare del tutto all’agevolazione (se supera i 35mila euro di stipendio).
Con **perdite che si attestano sui 150 euro annui** quando si superano i 25mila 
euro e **1.100 euro** quando si superano invece i 35mila. In pratica si ha una distorsione,
così viene definita, di tutti quei redditi che si trovano “a cavallo” delle aliquote.
Il sistema fiscale si fa perciò sempre più ingiusto, e come sottolinea l’Ufficio
parlamentare di bilancio si genera **“una trappola della povertà”** vicino alle 
due soglie di reddito: tradotto,** non c’è** nessun **incentivo a guadagnare di 
più**, perché il vantaggio di ogni euro aggiuntivo è più che compensato dalla perdita
di bonus fiscali o dall’aumento delle tasse. Un bel guaio.

## Perché i bonus non funzionano più

Tirando le somme, è evidente che **i **[bonus fiscali](https://bonusepagamenti.it/immobili-e-bonus-fiscali-notariato/)**
hanno fallito** la missione. Non è più un meccanismo funzionale, questo, non con
l’inflazione del periodo attuale e con l’attuale stato del mondo del lavoro. Ma 
alla politica conviene continuare con i “contentini” dei bonus, ovviamente. Perché
il **cittadino medio percepisce subito la differenza** in busta paga, e tanto basta
per sentirsi più in pace di prima con il Governo. Alla lunga, però, questi aiuti
fiscali ai lavoratori dipendenti pesano come macigni sul bilancio dello Stato: quindi
arriva il conto (salato) da pagare. E lo paghiamo noi.

Perché la decontribuzione decantata diventa un **disincentivo all’aumento dei redditi**,
è controproducente per le società, rende più difficile ai sindacati e alle imprese
negoziare il rinnovo dei contratti. Fino alla fine del 2024 il finanziamento di 
questo meccanismo arrugginito è blindato. Va bene. Ma poi bisognerà vedere se riconfermarlo,
ridimensionarlo, oppure cancellarlo e basta. Si potrebbero **introdurre dei correttivi**,
ad esempio, per evitare la perdita netta del beneficio da una fascia all’altra di
reddito, magari con una riduzione graduale. Ma al contempo servirebbero altri soldi
per finanziare questi correttivi. Un bel dilemma.

Oppure si potrebbe **spalmare la cifra di 11 miliardi**, quelli stanziati ad oggi,
su una platea più ampia di lavoratori dipendenti, riducendo così l’impatto sui redditi.
Comunque sia, una chiusura del caso la offre con chiarezza il giornalista del “Foglio”
Luciano Capone: oggi “il governo Meloni è vittima della sua misura di successo: 
non ha i soldi per migliorarla ampliandola e non vuole pagare il prezzo politico
per migliorarla riducendola. Al massimo spera di confermarla”. Ma **da dove verranno
presi**, esattamente,** i sodi** per farlo?
