L’Italia invecchia e si svuota. La popolazione del nostro Paese è scesa da 60,5 milioni nel 2019 a 59,5 milioni nel 2024, le nascite calano ogni anno e il numero di lavoratori attivi che sostengono il sistema pensionistico si riduce progressivamente. In questo scenario, c’è una componente che contribuisce a tenere in piedi i conti dell‘INPS, più di quanto il dibattito pubblico sia disposto ad ammettere: il lavoro degli immigrati. Ecco tutti i dettagli.
Pensioni e lavoratori stranieri, i numeri che contano
Secondo i dati della Fondazione Leone Moressa, i lavoratori stranieri in Italia sono passati da circa 2,1 milioni nel 2019 a 2,6 milioni nel 2024, e rappresentano oggi il 10,5% della forza lavoro nazionale. La loro presenza è concentrata soprattutto in settori ad alta intensità di manodopera come agricoltura, edilizia e servizi — spesso lavori che gli italiani faticano a coprire. E il contributo economico complessivo è tutt’altro che marginale: secondo le stime ISTAT, il valore aggiunto prodotto dai lavoratori immigrati nel 2023 ha raggiunto i 164 miliardi di euro, pari all’8,8% del PIL nazionale. Una quota che si traduce, inevitabilmente, anche in versamenti contributivi all’INPS — e quindi in sostegno diretto alle pensioni che oggi vengono erogate.
Il saldo positivo che preferiamo ignorare
Il tema del welfare ‘consumato’ dagli immigrati è spesso al centro del dibattito politico, ma i dati raccontano una storia più articolata. È vero che alcune famiglie straniere presentano tassi di povertà più elevati rispetto alla media italiana, e che una parte delle prestazioni assistenziali viene erogata anche a cittadini stranieri. Ma incrociando i dati dell’INPS, il bilancio complessivo è chiaramente positivo.
I contributi previdenziali versati dai lavoratori stranieri, infatti, sono stimabili intorno ai 54 miliardi di euro, a fronte di circa 10 miliardi di benefici welfare ricevuti. Il saldo netto è quindi di circa 44 miliardi di euro annui a favore del sistema. In altre parole: i migranti versano molto più di quanto ricevono, e quella differenza finisce in larga parte a finanziare le pensioni degli italiani di oggi.
Il contributo demografico e previdenziale degli immigrati
Ma l’apporto degli immigrati non si misura solo in contributi previdenziali. Tra il 2019 e il 2024, i nati da genitori stranieri in Italia sono aumentati da circa 60.000 a 72.000 all’anno, compensando parzialmente il crollo delle nascite tra la popolazione italiana. Quello che i dati di ISTAT e di Fondazione Leone Moressa disegnano, quindi, è un quadro in cui l’immigrazione è una risorsa economica fondamentale per il Paese. Sia a livello demografico che di sostengo alla previdenza.
Eppure la gestione dei flussi migratori continua a essere affrontata quasi esclusivamente come problema di ordine pubblico, trascurandone la dimensione economica preponderante. E l’Italia continua a beneficiare del lavoro degli immigrati per pagare le pensioni di oggi, senza però riconoscere loro alcun merito. E senza costruire le condizioni per garantire la sostenibilità del sistema di domani.
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