Di fronte all’ennesima impennata dei prezzi di benzina e diesel, il governo spinge verso un bonus anti‑rincari destinato alle famiglie con ISEE sotto i 15mila euro e alle imprese più esposte, accantonando – almeno per ora – l’idea di un intervento generalizzato sulle accise. La scelta di puntare su aiuti mirati ai redditi più bassi rappresenta una netta inversione di rotta, rispetto alle attese di un taglio diffuso della tassazione sui carburanti. E il tutto mentre lo Stato continua a incassare un extragettito stimato in milioni di euro al giorno grazie al caro carburanti. Ma le opposizioni sono pronte a dare battaglia. Ecco i dettagli.
Bonus anti-rincari, cambiano i piani del governo
Il nuovo schema allo studio prevede un bonus carburanti o anti‑rincari riservato alle famiglie con un ISEE sotto i 15mila euro, cioè il segmento considerato più fragile rispetto all’aumento dei prezzi alla pompa. Accanto ai nuclei a basso reddito, il pacchetto includerebbe misure compensative per autotrasporto e aziende alle prese con il doppio fronte di carburanti più cari e possibili blocchi all’export dopo in nuovi attacchi in Medio Oriente.
La linea ribadita dal ministro delle Imprese Adolfo Urso e dal titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti è quella di interventi mirati e più efficaci, che concentrino le risorse sui soggetti più colpiti evitando un taglio generalizzato delle accise che produrrebbe uno sconto per tutti. In questa logica, anche la Carta Dedicata a Te viene individuata come possibile canale operativo per veicolare il nuovo bonus benzina alle famiglie con ISEE più basso.
Le promesse sulle accise e la retromarcia del governo
La scelta del bonus selettivo stride con le aspettative create negli anni dal centrodestra sul tema carburanti. Nel programma elettorale di Fratelli d’Italia era indicata nero su bianco la “sterilizzazione delle entrate dello Stato da imposte su energia e carburanti e automatica riduzione di Iva e accise”, impegno rilanciato in video e comizi di Giorgia Meloni contro i governi precedenti accusati di fare cassa sui pieni degli italiani. A inizio marzo 2026, inoltre, lo stesso esecutivo aveva fatto filtrare l’idea di attivare le accise mobili in tempi brevi, confermata anche da dichiarazioni pubbliche della premier e di Giorgetti, salvo poi frenare e rinviare il dossier a data da destinarsi.
Oggi, invece di un meccanismo automatico di riduzione delle accise agganciato all’extragettito, il governo sta convergendo su un bonus anti‑rincari per i redditi bassi che, per definizione, non interviene sul prezzo alla pompa per la totalità degli automobilisti. Una traiettoria che per opposizioni e comitati civici segna la distanza tra le promesse di taglio strutturale della tassazione sui carburanti e la realtà di misure temporanee e circoscritte, affidate di volta in volta a bonus e crediti d’imposta.
Accise mobili, extra-gettito e accuse di palliativi
Sul fronte politico, l’opposizione – con Elly Schlein in prima linea – rilancia il meccanismo delle accise mobili, chiedendo di restituire subito ai cittadini l’extragettito incassato dallo Stato quando benzina e diesel superano determinate soglie. La leader dem contesta l’idea che siano gli italiani a dover pagare il conto delle “guerre illegali” e delle crisi internazionali, mentre lo Stato beneficia di maggiori introiti da Iva e accise sui carburanti.
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Le associazioni dei consumatori, a partire dal Codacons, parlano apertamente di palliativi inutili e denunciano che i bonus limitati alle fasce meno abbienti non producono un beneficio reale per la collettività, né arginano l’effetto a catena dei rincari sul resto dei prezzi. Secondo le loro stime, con l’attuale livello dei listini il fisco incasserebbe circa 9,5 milioni di euro in più al giorno rispetto a fine febbraio, mentre per gli automobilisti il conto extra salirebbe a 16,5 milioni quotidiani, numeri che giustificherebbero – a loro giudizio – l’attivazione immediata di un taglio delle accise attraverso il meccanismo mobile.
Il precedente Draghi e l’argomento del governo
Per difendere la scelta di non intervenire sulle accise, Urso richiama il precedente del 2022, quando il governo Draghi finanziò un taglio temporaneo della tassazione sui carburanti utilizzando l’extragettito Iva generato dall’esplosione dei prezzi energetici. Quella misura, secondo il Mimit e l’Ufficio parlamentare di bilancio, costò allo Stato quasi un miliardo al mese e finì per favorire soprattutto i ceti più abbienti, cioè chi consuma più carburante, senza riuscire a frenare davvero la corsa dell’inflazione.
Codacons e altre sigle ribattono che quel taglio produsse comunque un effetto immediato: l’inflazione sarebbe scesa dal 6,5% al 6%, con un risparmio complessivo stimato in circa 4 miliardi per i consumatori, a dimostrazione che intervenire sulle accise può avere un impatto diretto sul potere d’acquisto delle famiglie. Ma il governo insiste sulla necessità di misure “selettive” e sulla priorità di salvaguardare i conti pubblici, anche a costo di sacrificare l’intervento generalizzato che molti elettori si aspettavano alla luce delle vecchie promesse sul caro benzina.
Attesa per le decisioni tra Bruxelles e Palazzo Chigi
Il dossier carburanti dovrebbe approdare al prossimo Consiglio dei ministri, probabilmente dopo il Consiglio europeo di giovedì, da cui potrebbe arrivare una linea comune del Vecchio continente per contenere i prezzi energetici. Nel frattempo, i ministeri non sono ancora stati formalmente convocati per una riunione ad hoc e l’esecutivo rivendica la necessità di “monitorare” l’evoluzione della crisi prima di impegnare nuove risorse, mentre Tajani non esclude una revisione delle accise ma invita a non “fare in fretta ma fare bene”.
Il risultato, al momento, è un cortocircuito politico: da un lato un bonus anti‑rincari pensato per le famiglie più povere e per una parte del tessuto produttivo; dall’altro la sensazione diffusa, alimentata da opposizioni e associazioni, che il governo stia rinviando l’appuntamento con la promessa più simbolica della sua campagna, quella di alleggerire in modo strutturale le accise sui carburanti.