Congedo parentale obbligatorio a cinque mesi, la proposta per equiparare padri e madri

Redazione

6 Giugno 2026

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Il dibattito sulle tutele economiche e sociali per le famiglie italiane torna al centro dell’attenzione politica con una nuova proposta sul congedo parentale. Attualmente, il divario tra i permessi concessi alle madri e ai padri è molto netto, tanto da penalizzare l’occupazione femminile e relegare gli uomini a un ruolo marginale nella prima fase di vita dei figli. Un nuovo disegno di legge di iniziativa popolare, promosso dal neonato comitato Pari alla pari, punta invece a riequilibrare queste differenze introducendo un periodo di assenza obbligatoria e retribuita uguale per entrambi i genitori. Vediamo qui sotto tutti i dettagli.

Come funziona il congedo parentale oggi: le regole in vigore

Per capire a fondo la portata della nuova proposta legislativa, è utile analizzare l’attuale normativa italiana in materia di tutela della genitorialità e sussidi per la famiglia.

I periodi di astensione obbligatoria

Oggi la legge prevede differenze sostanziali tra madri e padri nel momento in cui nasce o viene adottato un figlio:

  • Congedo di maternità: le lavoratrici hanno diritto a cinque mesi di astensione obbligatoria (solitamente divisi in due mesi prima del parto e tre mesi dopo).
  • Congedo di paternità: i padri lavoratori dipendenti, invece, hanno a disposizione appena 10 giorni lavorativi di congedo obbligatorio.

Le assenze facoltative per i genitori

Oltre al periodo obbligato, l’ordinamento prevede poi il congedo parentale facoltativo. I genitori possono usufruire di 10 mesi complessivi da dividere liberamente in base alle necessità. Questi mesi sono utilizzabili fino al compimento dei 14 anni del figlio.

Per incentivare la partecipazione maschile, la legge stabilisce anche che se il padre fruisce di almeno tre mesi, il limite massimo complessivo possa salire a 11 mesi.

Sul fronte economico, la retribuzione prevista è pari all’80% per i primi tre mesi, e scende poi al 30% per i successivi sei mesi. Si tratta di una prestazione pensata per supportare i genitori offrendo flessibilità lavorativa, ma i dati dimostrano che il periodo facoltativo viene utilizzato nella quasi totalità dei casi dalle madri. A conferma dello squilibrio strutturale attualmente in atto.


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La nuova proposta: cinque mesi obbligatori per ciascun genitore

La nuova iniziativa nasce dalla constatazione che l’attuale sistema non garantisce un’equa divisione dei carichi di cura all’interno del nucleo familiare. Attraverso la campagna “Dieci giorni non bastano”, il comitato Pari alla pari – una realtà fondata da enti del terzo settore, amministratori locali e professionisti – ha elaborato un nuovo testo legislativo per riportare il tema all’attenzione pubblica.

Il testo della proposta è stato presentato in conferenza stampa alla Camera dei Deputati il 3 giugno, data in cui prenderà ufficialmente il via la raccolta firme nazionale. Il progetto normativo si basa su tre pilastri fondamentali:

  • Introduzione di cinque mesi obbligatori per ciascun genitore.
  • Questi periodi devono essere pienamente retribuiti e, soprattutto, non trasferibili (il padre non può cedere i suoi mesi alla madre, e viceversa).
  • Mantenimento dell’attuale sistema di permessi facoltativi, che andrebbero ad aggiungersi a questo nuovo periodo obbligato.

L’obiettivo è rendere i genitori alla pari di fronte alla legge. Se entrambi sono obbligati ad astenersi dal lavoro per cinque mesi, si impedisce alle aziende di fare pressioni per un rientro anticipato della madre, favorendo così l’occupazione, e si obbliga il padre a essere presente nella delicata fase di crescita del bambino.

L’impatto sul mondo del lavoro e le resistenze politiche

I promotori del disegno di legge evidenziano come l’assenza di tutele paritarie provochi danni gravi all’occupazione e contribuisca in modo diretto alla crisi demografica italiana, che vede il numero dei nuovi nati in costante e progressivo calo.

In particolare, il mondo dell’occupazione odierno fatica a garantire a chi ha figli di mantenere un impiego stabile. E le conseguenze sono dirette:

  • Circa una donna su cinque abbandona l’impiego in modo definitivo dopo la nascita di un figlio, accettando lavori precari o subendo un’espulsione dal mercato del lavoro
  • Questo fenomeno riflette un modello culturale che assegna ancora alla madre la cura domestica e al padre il ruolo di lavoratore tenuto a garantire il reddito.

Ciononostante, si registra un’evoluzione incoraggiante sull’utilizzo dei permessi: se nel 2013 meno del 20% dei padri usufruiva dei congedi a propria disposizione, nel 2023 la percentuale ha raggiunto il 64,5%. Un miglioramento che dimostra un cambio di mentalità, seppur ancora lontano dalla parità assoluta.

Il difficile percorso verso l’approvazione

L’introduzione di maggiori tutele economiche per i neo-genitori si scontra inevitabilmente con i costi per i bilanci statali. Il percorso della proposta di legge si preannuncia ostacolato: già nello scorso mese di febbraio, la maggioranza di Governo aveva bloccato una proposta unitaria delle opposizioni dal contenuto identico, dichiarando che la misura non fosse sostenibile sul piano delle coperture finanziarie.

Il futuro di questo strumento di welfare dipenderà quindi dal successo della mobilitazione popolare. Spetterà alla raccolta firme promossa dal comitato dare al testo il peso necessario per trasformare la parità di trattamento da semplice discussione politica a concreta riforma del sistema italiano.