NASpI per dimissioni da trasferimento: perché le nuove regole sono una ‘mazzata’ per i percettori

Redazione

8 Maggio 2026

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Spesso i lavoratori si chiedono se hanno diritto alla NASpI nel caso in cui rassegnino le dimissioni dopo un trasferimento aziendale in una sede molto lontana. La risposta a questa domanda non è automatica. La Corte di Cassazione, con la recente sentenza 10559/2026, ha infatti chiarito i confini del diritto all’indennità di disoccupazione versata dall’INPS per chi lascia il lavoro dopo un cambio di sede. Non basta che il nuovo luogo di lavoro sia distante centinaia di chilometri dalla propria residenza per far scattare la giusta causa. Per ottenere il sussidio economico servono requisiti specifici legati al comportamento del datore di lavoro. Vediamo qui sotto tutti i dettagli.

Dimissioni per trasferimento: quando spetta la NASpI

In base all’articolo 3 del Decreto Legislativo n. 22/2015, l’indennità di disoccupazione spetta solo a chi si trova in stato di disoccupazione involontaria. Se il dipendente decide di dimettersi, perde il diritto all’assegno, tranne in un caso specifico: le dimissioni per giusta causa.

Affinché le dimissioni rientrino in questa categoria, la cessazione del rapporto non deve essere intenzionale. Il lavoratore deve quindi essere stato costretto a lasciare il posto a causa di un grave inadempimento contrattuale da parte dell’azienda, tale da rendere impossibile continuare a lavorare come prima.

Distanza geografica: perché non basta più per l’indennità

Ma ora veniamo alla novità. La vicenda giudiziaria analizzata di recente dalla Suprema Corte riguarda un dipendente trasferito da Genova a Catania. Il lavoratore, ritenendo impossibile mantenere il posto a causa dell’eccessiva distanza dalla propria famiglia e dalla sua vita, aveva rassegnato le dimissioni chiedendo l’accesso alla NASpI.

In un primo momento, in sede d’Appello, i giudici avevano dato ragione all’ex dipendente. La distanza, superiore ai 50 km dalla residenza, veniva considerata una motivazione di per sé sufficiente per interrompere il contratto e ottenere i soldi dall’INPS. L’istituto previdenziale ha però presentato ricorso, contestando l’assenza di verifiche sulle reali responsabilità dell’impresa.

La Corte di Cassazione ha quindi accolto il ricorso ribaltando il verdetto: la semplice distanza geografica non dà in automatico diritto alla NASpI. E i disagi personali del lavoratore, pur essendo reali e oggettivi, non bastano per autorizzare il versamento dell’indennità.


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I requisiti per dimostrare la giusta causa e prendere la NASpI

Per incassare l’indennità, occorre perciò dimostrare che lo spostamento di sede sia illegittimo. Secondo le regole previste dall’articolo 2103 del Codice Civile, un datore di lavoro può trasferire un dipendente solo se sussistono comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive. Altrimenti questa azione risulta appunto non legittima.

Perciò le dimissioni diventano per giusta causa, e sbloccano il pagamento NASpI, solo se si verificano situazioni gravi, ad esempio:

  • Il trasferimento viene imposto in assenza di reali e attuali esigenze aziendali.
  • Il cambio di sede ha natura punitiva o ritorsiva, magari a seguito di contrasti con la dirigenza.
  • Lo spostamento avviene a migliaia di chilometri senza preavviso né alcun tipo di supporto logistico.
  • Si crea una totale incompatibilità con esigenze familiari inderogabili, come la necessità di prestare assistenza a un familiare disabile.

In presenza di questi fattori si configura un grave inadempimento da parte del datore di lavoro, che di fatto costringe il dipendente ad andarsene.

Come si verifica l’illegittimità della decisione

La sentenza della Cassazione precisa inoltre che la valutazione della giusta causa deve essere effettuata caso per caso, senza basarsi su deduzioni astratte. Il lavoratore che richiede l’indennità NASpI deve quindi prepararsi a fornire prove documentali concrete, circostanze di fatto verificabili e, all’occorrenza, testimonianze valide.

L’errore del giudice d’Appello, corretto dalla Corte Suprema, è stato proprio quello di dare per scontate le motivazioni del lavoratore valutando solo l’impatto sulla sua vita privata, e omettendo invece di verificare se il trasferimento aziendale fosse fondato su ragioni legittime e legali.

Cosa cambia concretamente per il lavoratore

Con questa decisione giurisprudenziale di portata generale, le regole diventano inequivocabili. Lasciare il posto a causa di un trasferimento molto lontano non assicura in automatico il sostegno economico dell’INPS.

Il lavoratore che si dimette per uno spostamento sgradito rischia di perdere la sicurezza economica se l’azienda dimostra che la nuova assegnazione si basa su materiali esigenze organizzative e produttive. Se l’impresa agisce nel rispetto della legge, il trasferimento resta legittimo e le dimissioni del dipendente vengono inquadrate come volontarie.

Prima di inviare le proprie dimissioni, è perciò essenziale raccogliere i documenti sulle motivazioni aziendali del trasferimento e capire se sussistono le condizioni per denunciare un comportamento scorretto. Solo accertando l’illegittimità delle scelte del datore di lavoro, il lavoratore potrà tutelarsi e far valere il proprio diritto al sussidio mensile, presentando correttamente anche la domanda di NASpI online.