Il Governo lavora a nuove strategie fiscali per incentivare il rientro in Italia degli ex lavoratori espatriati. Una proposta discussa, inserita in un emendamento di Fratelli d’Italia al Decreto Fiscale, riguarda una nuova agevolazione per chi percepisce pensioni nel nostro Paese ma risiede oltre confine. L’obiettivo primario è duplice: attrarre cittadini titolari di trattamenti pensionistici e contrastare il progressivo spopolamento dei piccoli comuni, le cosiddette “aree interne”. Tuttavia, la misura presenta regole rigide e alcune criticità legate alla reale convenienza economica e alla carenza di servizi locali essenziali per la terza età. Vediamo qui sotto tutti i dettagli.
Come funziona la flat tax al 4% per chi rientra in Italia
L’emendamento depositato alla Camera mira a introdurre una tassa piatta fissa del 4 % destinata ai pensionati che scelgono di rimpatriare. Questa imposta andrebbe a sostituire le altre trattenute fiscali ordinarie, inclusa l’Irpef, garantendo un prelievo ridotto applicato al reddito.
I requisiti per ottenere l’agevolazione
Per beneficiare della tassazione fissa al 4%, la norma depositata prevede paletti territoriali e burocratici rigidi. Il cittadino dovrà rispettare contemporaneamente i seguenti criteri:
- Assegno previdenziale italiano: essere titolari di un trattamento previdenziale erogato da una cassa nazionale, come l’INPS.
- Residenza estera: risultare residenti all’estero, che sia in un Paese dell’Unione Europea o in una nazione extra-Ue.
- Vincolo territoriale: trasferire la propria residenza in Italia esclusivamente in un comune delle aree interne del Paese con popolazione inferiore a 5.000 abitanti.
Cosa si intende per “aree interne”
Si tratta delle fasce di territorio particolarmente distanti dai grandi centri urbani e dai poli produttivi. Da anni subiscono una forte crisi demografica, perdendo abitanti a causa della carenza di collegamenti e della mancanza di servizi essenziali. L’agevolazione sulle pensioni punta proprio a ripopolare questi piccoli borghi stimolando la domanda di servizi.
Le differenze con la tassa piatta al 7% del 2019
Il progetto si ispira a una misura del 2019, che prevede un’imposta agevolata per pensionanti esteri che si trasferiscono in particolari aree del Sud. Vi sono però differenze sostanziali.
Questa tassa al 7% si applica esclusivamente ai redditi erogati da soggetti esteri (quindi riguarda stranieri che non hanno avuto residenza fiscale in Italia negli ultimi cinque anni). Inoltre, il vincolo territoriale del 2019 consente il trasferimento in comuni fino a 20.000 abitanti, purché nelle regioni del Mezzogiorno o nelle Isole.
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Dove vivono oggi gli italiani in pensione?
Attualmente, si contano 675.000 pensionati italiani all’estero che continuano a ricevere assegni dal nostro Paese. Nel 2025 i numeri sono cresciuti, ma le destinazioni sono cambiate.
Mentre un tempo le mete preferite per l’erogazione previdenziale all’estero erano Stati Uniti e Regno Unito, oggi le Nazioni più gettonate sono:
- Portogallo
- Spagna
- Tunisia.
Questi Paesi hanno offerto forti sconti fiscali, ma hanno riscontrato effetti negativi: l’arrivo di anziani benestanti ha fatto lievitare i prezzi locali senza apportare vero valore aggiunto all’economia, nonostante gli evidenti vantaggi per i pensionati all’estero.
Criticità e limiti della proposta: conviene davvero?
L’idea di far rientrare i contribuenti italiani solleva dubbi di natura economica e pratica.
Il primo ostacolo è finanziario: un’imposta sostitutiva fissa azzera la possibilità di sfruttare le detrazioni fiscali ordinarie. Di conseguenza, il prelievo al 4% risulta davvero conveniente solo per chi percepisce un importo annuo superiore a 25.000 euro. E al momento solo il 27% degli emigrati (circa 182.000 persone) supera questa soglia.
Il secondo problema è legato alla reale attrattività dei luoghi. Appare improbabile che persone emigrate per garantirsi un elevato tenore di vita accettino di stabilirsi in zone depresse e isolate, prive dei presidi sanitari fondamentali per un anziano.
Infine, l’esperienza del Portogallo dimostra che importare redditi in quiescenza non ripara il disfacimento del tessuto produttivo locale, vera causa della crisi delle aree interne. In ogni caso, per fare scelte consapevoli sulle proprie pensioni future, e su dove riceverle, si consiglia di attendere l’iter legislativo definitivo di questa proposta.